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Didimo e Pacifico 2

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Le bici non avevano freni. Se volevano rallentare o fermarsi dovevano semplicemente pedalare al contrario; era un po’ strano da afferrare all’inizio ma poi veniva naturale.
Giravano a casaccio, raggiungendo una parte della città solo per dirigersi, in fretta, da quella opposta. Nessuno li aspettava e per la maggior parte del tempo non pensavano a niente. Si infilavano in Amsterdam cercando di capirla e di prenderci confidenza ma non ci riuscivano. Allora pedalavano più forte e pedalando giravano gli angoli e girando un angolo videro la vetrina.

Pacifico vide la vetrina per primo e si fermò. Didimo quasi gli arrivò addosso e gli diede dello stronzo che non sa dove cazzo sta andando.
“Guarda.”
Didimo alzò gli occhi e gli sembrò di avvampare. Come in ogni strada di ogni città c’erano dei palazzi; in ogni palazzo, come in ogni strada di ogni città c’erano dei portoni; tra un portone e l’altro come in ogni strada di ogni città c’erano dei negozi con delle vetrine. Tra quelle vetrine, come solo ad Amsterdam, ce n’era una con una donna.
La donna non era particolarmente bella o sexy. Stava seduta su uno sgabello rosso e portava un body nero che la copriva poco. Si passava le mani nei capelli e ogni tanto dava una stiracchiata alla tenda rossa ai lati della vetrina. Sembrava annoiata, stanca: dopotutto stava lavorando.
“Siamo nel quartiere a luci rosse.”
Rimasero in silenzio a guardarla, da lontano, poi Pacifico risalì in sella. “Andiamo.”
Didimo lo seguì e mentre si avvicinavano, intanto che si avvicinavano, man mano che si avvicinavano, sentiva una specie di paura all’idea che Pacifico si fermasse davanti alla donna, che si mettesse fermo a guardarla come si guardano un paio di scarpe.
Pacifico però tirò dritto, fissando la strada davanti a sé, con noncuranza.
Didimo pedalò più forte, terrorizzato all’idea di avere qualunque reazione, voltando la faccia dall’altra parte, chiedendosi se non fosse peggio, inseguendo l’amico mentre la donna, ne era sicuro, lo seguiva con gli occhi fino alla fine della strada.

Ha chiamato a casa prima di uscire. Gli ha risposto suo padre; non l’ha riconosciuto all’inizio.
“Sono Pacifico” gli ha detto.
“Ti passo mamma.”
Mamma è venuta al telefono. A differenza di Didimo che si avventura nel mondo femminile come un esploratore nella giungla, Pacifico ha avuto tutto il tempo per osservarlo. Da quello che ha capito è un mondo di sconfitte ed errori che si pagano per anni, a volte per sempre. Ed è un mondo di piccole rivincite meschine, di cose che non sta bene dire o fare, di attenzioni usate per soffocare.
“Stai mangiando?”
“Sì mamma.”
“Bene.”
Improvvisamente non c’è più niente da chiedere.  “La scheda sta finendo.”
“Va bene” dice lei e aspetta che lui riattacchi. Lui riattacca.
Gli sembra ingiusto dare la colpa di tutto a sua madre ma è lei che ha deciso, ha fatto tutto da sola. Lei è il cuscinetto che si frappone tra suo padre e il mondo: se non accusasse tutti i colpi probabilmente si sentirebbe inutile.

 

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2 commenti

  1. blimunda

    Ehi Pacifico, non fare l’Indiano..
    ops..m’è scappè..

  2. Mi sa che è andato in crisi…o che sono andati in crisi.. Poverini… proprio ad Amsterdam dovevi mandarli????mannaggia!