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Chiedi chi erano i Punk (parte seconda)

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Dice mia zia: “Ci sono questi prodotti, di cui passa lo spot in tivù.”
Penso: perfetto, la tivù.
Dice mia zia che ha provato tutti i rimedi in circolazione per apparire più tonica e snella, ma solo questi prodotti, quelli di cui passa lo spot in tivù, funzionano davvero. La linea si compone di un fluido per appiattire il ventre, uno per rassodare le cosce e le braccia, uno per rimodellare il decolleté e un altro per ridurre gli accumuli di grasso.
“Il segreto è la costanza” dice mia zia. “Alla tivù vorrebbero farti credere che per ottenere un risultato sia sufficiente un trattamento di tre settimane, ma la verità è che se vuoi davvero cambiare le cose devi continuare a massaggiarti ogni giorno, mattina e sera, per tutta la vita.”
Non posso fare a meno di pensare che un figlio l’avrebbe impegnata di meno, mia zia. Penso che in fondo non sta facendo altro che applicare gli insegnamenti del Comandante. Diceva, il Comandante, che la rivoluzione non può fermarsi mai. La rivoluzione, diceva il Comandante, deve continuare ogni giorno, nelle nostre case, fino al giorno della nostra morte. Penso che dovrei essere fiera di mia zia, perché ha fatto sua la filosofia del Che Guevara. Il che, capirete, è encomiabile. Significa che mia zia ha degli ideali.

Chiedi chi erano i punk.
Io l’ho chiesto a chi un punk lo è stato veramente. A chi era adolescente nel 1977. L’ho chiesto a quelli che, dopo di loro, andarsene in giro coi capelli colorati o le calze strappate non suscita più lo stesso clamore. La prima lezione che il punk mi ha insegnato è che qualsiasi forma d’espressione deve arrivare alla coscienza della gente. Deve indurre alla riflessione, solitamente per mezzo di uno shock. Lo shock scuote dal torpore della vita quotidiana portando alla rottura di un  qualche equilibrio e costringe l’individuo che lo subisce ad ampliare i propri orizzonti. La prima lezione che il punk mi ha insegnato è che l’arte, qualora non produca alcun cambiamento nella mente di chi ne fruisce, è semplice masturbazione.

Mia zia vuole mostrarmi il suo nuovo giardino: un metro quadrato di mattonelle rosse circondate da una siepe a nascondere la strada. C’è una panchina che occupa quasi tutto lo spazio e lei ci siede sopra. Mi fa cenno di sedermi accanto a lei.
Si accende una paglia, mia zia, e mi chiede cosa penso del suo nuovo giardino.
“È bello” le dico, appicciando una paglia a mia volta.
Sospira, mia zia, in direzione di un metro quadrato di cielo nero in cui si intravede uno spicchio di luna.

“Sarebbe molto più bello” dice mia zia “se non fosse per la strada che passa proprio qua dietro.”
Le dico che in fondo è solo un dettaglio. Bisogna sempre aver rispetto per le cose che gli altri ritengono importanti, anche se non posso fare a meno di domandarmi se quella che sto fumando è una sigaretta o il tubo di scappamento delle auto che sfrecciano a un metro di distanza.
“Così vuoi andartene in giro con i punkabbestia.”
Mia zia mi posa una mano sul ginocchio. Mi sorride, mia zia, di un sorriso che mi spappola il cuore. Sembra dirmi che capisce le mie ansie e che invidia le mie gambe ancora libere di correre, ma che il suo tempo è ormai quello di starsene dentro a un giardino a fumare marmitte.
“Non vado a cercare i finti punk di adesso” le sputo contro, irritata. “Voglio scovare quelli che c’erano all’inizio.”
“Okay, okay” si arrende mia zia.
Non è per lei che provo rabbia, capite, ma per quello che sarò quando sarò come lei.

 

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5 commenti

  1. Sempre meravigliosa Jù! :*

  2. ho votato quattro stelline, ma volevo mettere cinque. Ho proprio sbagliato bottone col mouse. C’è un errore nella media. Tienine conto alla fine, semmai.

  3. Grazie Daniele, ma stai tranquillo: se mi premessero i voti mi farei suora.

  4. scarmic

    Ju, il tuo ultimo commento vale mille blog.

  5. scarmic

    E comunque la masturbazione in sé non è male, eh.