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Chiedi chi erano i Punk (parte prima)

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(ovvero: del perché amo il rumore e me ne vado a dormire con i tappi nelle orecchie)

La ragazzina scende dall’auto di famiglia inciampando nel tunnel del proprio vestito. Volevo scrivere tulle, ma ho deciso di salvare questo lapsus che l’ha trasformato in tunnel. Nella mia mente e, di conseguenza, anche nella vostra.
La ragazzina è di quelle che non le guardi in faccia mai, perché riesci a concentrarti solamente sul vestito. Mentre aspetta il bus che la porterà a scuola, la ragazzina intraprende una solitaria battaglia col ferretto che si è sganciato dal corpetto. Fregandosene di tutta la gente che finge disinteresse mentre lei si palpa le tette davanti alla fauna operaia del lunedì mattina. O, quantomeno, sbattendo in faccia a tutti l’evidenza che lei se ne frega. Il che significa che in realtà le importa eccome, e ha la pretesa che tutto questo importi pure a voi.
Ci importa? mi chiedo.
Per quel che mi riguarda suppongo di sì, perché non smetto di fissarla e tra poco tornerò a casa a scrivere di lei e del suo corpetto dispettoso. Tra poco significa tra circa tre settimane. Tre settimane passate a fantasticare su una ragazzina senza faccia che rimette le sue tette nel tunnel di un vestito alla fermata del bus.

Chiedi chi erano i punk.
“Non mi sono mai piaciuti.”
Lo dice una della loro generazione. Quarant’anni scoccati da un pezzo – perché, capirete, chi ha vissuto la rivoluzione del punk era un adolescente nel 1977.
“Ma tu sei cresciuta nella provincia fiorentina” dico io. “Cosa mai puoi aver vissuto di quelle persone?”
“Li ho visti in tivù” dice mia zia.
Penso: perfetto, la tivù.
Mia zia è l’Una Della Loro Generazione. Un passato da ribelle di cui va molto fiera, mia zia, ma sembra ignorare quali mutamenti storici e sociali le hanno permesso di sganciarsi dalla famiglia per correre su macchine da rally come un maschio. Adesso tutti i suoi pensieri si concentrano attorno alla casa appena comprata e a un fidanzato molto più giovane nei confronti del quale non può permettersi di sfigurare.
Si accende una sigaretta, mia zia, perché ha smesso di fumare. Quando le ho fatto notare il paradosso ha detto: “Non posso smettere tutto d’un tratto: ingrasserei.”
Non le importa un fico del cancro, a mia zia. Potrebbe accettare di avere entrambi i polmoni in cancrena, di morire oggi stesso, ma ingrassare ancora, dopo il crollo dell’imminente menopausa, è un’idea che non riesce a sopportare.
Dice mia zia: “Non so cosa puoi trovarci di tanto interessante in quelli lì. Erano sporchi, si vestivano in modo orrendo e facevano un sacco di casino”. Ecco cosa dice mia zia. Ecco cosa è trapelato dai media della rivoluzione del punk. Niente di niente.
Se i libri di storia applicassero la stessa logica espressa da mia zia – il che, tragicamente, è più o meno ciò che accade – del Che Guevara sapremmo soltanto che era un fenomeno di costume e che quella moda deliziosa degli anfibi slacciati l’ha lanciata lui, in qualche atelier della Sierra Maestra.

Prendo il mio posto sul pullman, srotolando le cuffiette dell’iPod. Alle mie spalle sento la ragazzina senza faccia confidare a un’amica: “Non posso vestirmi in modo normale, perché io non sono normale.” Ecco cosa dice, la ragazzina senza faccia. Ecco cosa è arrivato ai ragazzini di oggi della rivoluzione del punk. Niente di niente.

 

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5 commenti

  1. Bello.. grazie per avermi ricordato dell’etica punk. Penso che però, purtroppo, è arrivato poco o niente pure a noi di quello che c’era oltre la tivu. e la bambina almeno si poneva il problema di non essere “normale” invece chi è proprio cieco e “televisivo” oggi non si chiede nemmeno se è normale o meno si chiede soltanto se in quel modo è abbastanza come tutti gli altri.. .
    “il punk rock è libertà. L’espressione e il diritto di esprimersi è vitale: TUTTI possono essere artistici “

  2. l’inizio non promette niente di bello, a livello di contenuto (quindi il punk non ci ha insegnato niente?). dal punto di vista della tua scrittura, invece, è rassicurante.

  3. Bello bello. Mi vengono in mente alcune storie delle origini, lette su libri durante i primi anni di liceo, storie di come esplose il movimento in certi sobborghi di case popolari di famiglie operaie inglese.
    Poi avevo iniziato a fare varie considerazioni sull’Anarchia e sul Coniglietto di PlayBoy. Ho cancellato, non mi pareva il caso. Comunque mio fratello (14enne) ascolta i Sum41, e dice che loro sono punk. Questo ci da la misura di mole cose.
    Quella cosa sulla A cerchiata e il coniglio di PlayBoy, semmai, la dirò la prossima volta.

    oh, Dean Moriarty, my dear Dean Moriarty…

  4. scarmic

    Sospendo il giudizio fino alla fine, eh.

  5. Io pure sono agnostica.