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Libero e i segnali di fumo 4

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Libero apriva il pacchetto di sigarette e ne metteva una tra le labbra, per pensare un po’. Lo aveva imparato leggendo i fumetti, quando gli indiani con Tex dialogavano proprio tramite i segnali di fumo. Così in otto centimetri e quattro (filtro incluso) moltiplicati per tre minuti e cinquanta secondi di tempo, stava il regno dei ricordi di Libero: il fumo della sigaretta si spostava in alto, e ogni volta, mentre lui smanacciava per allontanarlo dagli occhi arrossati, vedeva formarsi quei souvenir di vita. Più che gingilli, vere foto ricordo. Una vecchissima Alfa Romeo contro un ulivo, col fumo fuori dal radiatore. L’autoradio non ce l’aveva, e lui e Grete facevano l’amore in collina col canto dei grilli. Tornavano verso casa velocemente, per non perdere i minuti di sonno necessari al nuovo giorno. Una curva andò male e di fronte a quell’ulivo adesso stavano una foto e una poesia di Montale, che Libero ogni tanto portava lì a memoria del suo vecchio amore. La poesia la ricopiava a mano e l’attaccava con un chiodino contro il legno poroso: anche se la pioggia la faceva sciogliere, Libero la riattaccava sempre.

Poi il fumo venuto dalla stazione dei treni di Bologna nell’estate dell’ottanta, quando Libero andò a trovare suo cugino dopo la laurea. Uno scoppio e un lampo alle spalle, che lo fecero voltare. Gli si sbarrarono gli occhi, nel vedere quell’Italia in fiamme e ferita in pieno petto.

Venne anche il fumo dei fumogeni in curva, e quello della carne alla brace di ogni domenica: le nuvolette di quando Libero si sposò, vivendo di rassicurazioni e di distrazioni e di abitudini.

C’era l’incenso sulla bara di suo padre, che lo faceva piangere come da bambino, quando Libero veniva sgridato per non aver studiato e aver preferito giocare a pallone alla casa del popolo. L’incenso benediva quei ricordi, che a Libero continuavano spesso a raschiare la gola.

Il fumo usciva a vampate dalla bocca: un filo continuo dalla sigaretta, e soffi morbidi e avvolgenti dalle labbra, come le memorie più intense.

Cinquantaquattro anni di fronte ad un posacenere. Libero diede l’ultima boccata, vedendo il vapore del brodo che sua moglie metteva in tavola, e poi schiacciò il filtro insieme agli altri mozziconi. Spense la sigaretta, ma spense solo quella: aveva ancora troppo bisogno e voglia di roghi per potersi permettere di non vivere ancora. I segnali di fumo – come titoli di coda – non l’annunciavano affatto, la fine della storia. Perché il fumo non è il detrito di qualcosa che muore per sempre: quella semmai è la cenere. Il fumo è la parte di vita che va verso l’alto.

Libero si aggrappava ai suoi catarri, soddisfatto, in ogni caso, di esserci sempre.

 

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5 commenti

  1. bello:)

  2. sarò banale, ma mi è piaciuto davvero un sacco.

  3. Camilleri?

  4. Grazie a tutti, ma soprattutto a medioborghesi.

  5. … Che dire? Una grande, piccola, semplice e piacevole storia.

    D.