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Libero e i segnali di fumo 3

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E sfumarono altri mesi, fino a che ognuno dovette rinunciare all’idea di potersi fingere giovane, con il bilocale riempito d’incenso e il materasso a terra ad attendere qualche amore veloce. Non parlavano più di nuove esperienze, non perché le avessero già provate tutte, ma perché per campare c’era spesso da fare un passo indietro, prima del fuoco e dell’aria e pure dell’acqua e della terra, a fare i conti con il quinto elemento, il più basso: i soldi.

Libero non trovò niente di meglio, per pagarsi i suoi infiniti studi economici, che farsi assumere come cameriere in un ristorante. Turisti tedeschi e olandesi e pure d’oltreoceano venivano lì a destare la fame e la gola dopo lunghe giornate passate a riempire gli occhi di monumenti e panorami che avrebbero sempre conservato dentro, ma che mai, sosteneva Libero insieme a certi suoi compagni, avrebbero potuto dire di aver vissuto.

Ma fu così che Libero si innamorò in maniera definitiva. Nel ristorante entrò una coppia di biondi genitori con figlia ventiduenne. Grete era una studentessa di Norimberga, che studiava in città da fuori sede. I genitori eran venuti a trovarla e a constatare il suo stato di salute, le condizioni di vita in Italia, il buoncostume e i valori tipici locali. Grete ordinava pietanze in italiano, mentre Libero segnava le richieste su un taccuino, badando di non perder nemmeno una delle sillabe della giovane ragazza germanica. I genitori interloquivano snocciolando termini duri ed incomprensibili, e Libero sorrideva mentre la ragazza traduceva al giovane cameriere i desideri culinari dei parenti giunti dal centro del continente.

“Scusa, ma i tuoi genitori non sanno l’italiano, vero?” domandai disinvolto. “No”, rispose Grete. “Non rischio quindi il linciaggio a chiederti di uscire, una di queste sere?”. Lei sorrise, mentre i genitori le chiedevano cosa stesse dicendo il cameriere. “Consiglia di prendere la bistecca”.

Così i parenti nordici rientrarono a Norimberga, e Libero aprì le porte del bilocale a Grete, la prima anima estranea alla tribù a fare l’ingresso in quel mondo circoscritto. Fumavano e parlavano, e si promettevano, se non l’amore eterno, almeno cenni di futuro. Grete di lì a poco si sarebbe laureata, ma era disposta a rinunciare al lavoro in patria per restare lì, diceva, con Libero, che aveva la voce e la parlata da attore ed era un buon ragazzo.

Ed ogni volta che Libero finiva di fare l’amore, accendeva la sua sigaretta, e pensava che era invecchiato molto, dal tempo in cui lottava contro la propria verginità, e la vita era fatta di categorie spicciole. Se non altro, la concezione di un futuro instabile, compromesso da qualche evento, sembrava una favola cattiva, e non c’era motivo di pensare che l’esistenza sarebbe potuta essere meno felice di quanto non lo fosse allora.

 

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5 commenti

  1. Affascinante. (E guarda che è una delle parole più belle. Più bella anche di “bello”, direi, ma non mi dilungo.)
    Libero è affascinante, e affascinante è il suo “invecchiamento”, come dice lui.

  2. tutta questa dolcissima speranza di libero.. è commovente.

  3. bello l’inciso sulla bistecca.

  4. quindi:
    La bistecca, in effetti, tira sempre un casino.
    L’invecchiamento affascina un po’ tutti, tranne i vecchi.
    Commovente mi pare esagerato.

  5. Mi ricorda un poster nel cesso di mia zia. C’era un disegno del carcere di Pisa con la gente che portava in giro Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Così tipo concerto rock. E sotto c’era scritto : LIBERI TUTTI.
    Ma non so se c’entra con questo racconto. Boh.