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Libero e i segnali di fumo 2

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Che Aristotele col passar dei millenni abbia perso autorevolezza è un dato di fatto. Lui di cannocchiali e telescopi ed osservazione empirica della realtà non si intendeva per niente. Però c’aveva quella teoria dei Luoghi Naturali che era vera, diamine se era vera.

Libero era su una spiaggia toscana, con la compagnia tutta. Negli anni si era allargata alle ragazze ufficiali e alle amiche più o meno speciali, quando la monogamia era diventata qualcosa di deplorevole e affatto divertente. Viaggiavano con le loro automobili di bassissima cilindrata tra gli Appennini, lanciandosi in avventure coast to coast tra il Tirreno e l’Adriatico, macinando chilometri e chiacchierate e polmoni sulla via Emilia.

Stavano con la canonica chitarra a declamare i versi di poeti minori del cantautorato italiano, roba anni settanta, maestri di vita o semplici meteore da hit-parade. Era il periodo in cui Libero e i suoi compari sfidavano la soglia della dipendenza da erba, consolandosi del fatto che c’era di peggio, che i loro coetanei ci andavano pesanti, e che non c’era modo di farsi del male con i frutti della terra. Pure San Francesco, diceva spesso Carlo, calandosi in panni ascetici, lodava Madre Terra che garantiva a tutti, appunto, Fiori, Frutti et Erba.

Sulla spiaggia venne acceso un falò, e mentre tutti si abbracciavano e cantavano e facevano passare il vino rosso e quel che c’era da far passare, Libero si incantava a guardare intorno.

Aristotele aveva ragione: più in basso di tutto ci sta la terra, la sabbia che va giù. Poi sopra l’acqua, come il mare che avevano di fronte e si sdraiava fino a baciare altre terre più lontane. Ancor più su stava l’aria: quella che sentiva nei polmoni, che ripuliva le narici e che depurava lo spirito. Ma sopra a tutto, diceva Aristotele, sta il fuoco. Bastava vedere il falò, o le sigarette, o altro. Da ogni brace saliva verso il cielo uno soffio di fumo, un filo nero che si scioglieva e si annodava salendo verso la cupola blu notte. L’aria stava ferma, il fumo dei fuochi saliva. Terra in basso, poi acqua, poi aria, poi fuoco. Non una piega, vecchio Aristotele, pensava Libero in preda alle sue inevitabili gioie giovanili.

Parlavano sempre di certe filosofie caserecce quando le chitarre si arrestavano: tutti si distendevano a faccia in su con gli occhi verso le stelle, con particolare riguardo nei confronti dell’Orsa Maggiore, l’unica costellazione che qualsiasi ignorante avrebbe saputo riconoscere.

“E’ tanto vero che il fuoco è l’elemento più alto” diceva qualcuno “che è l’unico che vola deliberatamente verso il firmamento”. “Sapete una cosa” suggerì Libero tra l’ironia e l’illuminazione “se veramente a noi venisse la voglia di andare al cielo, e di esser spiriti sublimi e beatificati ed eterni, basterebbe gettarci tra le fiamme e attender di essere combusti, per vedere le anime che prendono il volo e salgono su su, libere da certe gabbie che nient’altro sono che gli elementi costitutivi del nostro essere”.

Le frasi messe lì a raffica accompagnavano le onde e le attenzioni celesti.

 

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6 commenti

  1. Hai davvero delle grandi capacità ragazzo!

  2. ho avuto una visione delle serate sdraiati in spiaggia a guardare le stelle, aspettando quelle cadenti, smozzicando teorie sull’universo e quant’altro.
    bravo.

  3. Ciao Andrea (uh?), grazie.

    Ari: una visione?

  4. Ma Ari qui sopra è appunto l’Artistotele(s) che noi tutti conosciamo?

  5. ehm, credo di non essere quello che credete, no.

    la visione: un ricordo.

  6. Noooo. Guarda un po’ chi è Stefano! Medioborghesi!
    Grazie Ari per la delucidazione, e avanti tutta con la cronovita in quattro dischi.