Cronovita in quattro dischi – parte terza

2005: Nirvana – Nevermind (1991): la solitudine dei numeri primi (nel raddoppio)

Fa minore. Si bemolle minore. La bemolle.  Re bemolle.
Sono gli accordi più famosi degli anni novanta, armonici di un riff riconoscibile da tutti coloro nati dopo il 1970. E’ l’inizio del terremoto di Nevermind.

Lo scoprii ad undici anni, l’anno della morte mai chiarita di Cobain. Nevermind girava per casa nella solita Tdk pirata, ascoltarlo era un modo curioso di domandarsi cosa significasse crescere. Toccava delle corde acerbe di domande e rabbia nascosta. Nel corso dell’adolescenza i Nirvana tornarono a brevi ondate svogliate, dettate più da una certa aderenza al modello di teenager protoribelle che altro: sfruttamento compulsivo della figura di Kurt Cobain, tipico e tristissimo, concedetemelo. Nevermind rientrò a pieno titolo nella mia vita quando gli undici anni erano divenuti ventidue e la Tdk si era evoluta in un prezioso cd.

Smells like teen spirit. Quattro accordi in sequenza e la musica non è stata più la stessa; calpestati gli anni ottanta sotto gli anfibi, il rock si è messo l’ennesima maschera, il grunge, senza smettere di amare la melodia, le pause rigeneranti, l’effetto sorpresa dei contrasti. Il rock si traveste e muta in continuazione, in Nevermind, non c’è un pezzo di scaletta che non stupisca. Penso a Polly, al centro del disco, una breve goccia di distillato di dolore. Non ci si aspetterebbe mai quella chitarra col suono da classica scordata, la voce rassegnata. Quando finisce e si atterra di muso sul muro di rumore e furia rinvigorente di Territorial Pissing, sei ancora lì a chiederti come sia stato possibile. Non si potrebbe immaginare di trovare in chiusura l’infinita, sommessa, squarciante nenia di Something in the way con quel violoncello. Insomma, un violoncello in un disco rock, e andiamo, ma che è?

Ci si stupisce per l’intro di Lithium, “I’m so happy ‘cause today I found my friends”, con quella scala discendente di basso che fa da morbido tappeto prima di salire e accompagnare, con il controtempo di batteria, il ritornello. Si sorride sulla cadenza finto-molle di In bloom, pensando a quel video divertente che la accompagnava. Stay Away, On a plain e Breed, due rock purissimi sostenuti dal drumming assassino di Dave Grohl, uno dei migliori batteristi rock esistiti ed esistenti. La potenza delle sue percussioni è basilare nel successo di Nevermind, come i meravigliosi giri di basso di Krist Novoselic, tipo quello di Lounge Act, una delle mie preferite, prima che entri il distorto della chitarra. Parlare di Nevermind è anche considerare quei due terzi dei Nirvana che si tendono a dimenticare a favore della mitizzazione di Cobain. Le tre anime si fondono in tutto il disco ma è in Come as you are, altro storico riff riproducibile da tutti coloro che provino a mettere le dita su una chitarra, che diventano una. Un brivido sulla schiena, la beffa della storia: “And I swear that I don’t have a gun”.
Infatti era un fucile, brutto stronzo.

 

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3 commenti

  1. Ci aveva addirittra convinti che era bellina questa storia del farsi schifo, dell’esser tristi e depressi e adolescenziali e del suicidarsi. Poi piano piano s’è cambiato idea, ma il disco è rimasto lo stesso. Ché il mito si vede, alla fine, che non era solo Kurt, ma proprio la musica.

  2. Le storie di suicidio e di autodistruzione non mi sono mai piaciute. Preferisco quelle in cui l’artista alla fine ce la fa. Questo disco l’ho sempre ascoltato in maniera “passiva”, visto che era il preferito della mia amica e di mia sorella. Non posso che volergli bene quindi.

  3. Nel 91 avevo 17 anni.