Cronovita in quattro dischi – parte seconda

2002 The dark side of the moon (1973):

La prima volta che ascoltai il capolavoro dei Pink Floyd ero troppo piccola, ne ho una memoria vaga. Certi dischi hanno bisogno del momento giusto per essere ascoltati, come quando pensi di aver esaurito le domande e sei presuntuosamente convinto della tua impalcatura di certezze di vetro; allora si piantano nel cervello, danno mazzate scomposte e devastano l’assefuazione.

The dark side of the moon, un concept-album, va ascoltato dalla prima all’ultima traccia senza saltare nessuna canzone. Così feci io, a diciotto anni, quando dovetti trovare una colonna sonora per un lavoro di classe incentrato sulla luna.

Un battito cardiaco. Tu-tum, tu-tum.
Il cuore ritma sulla prima traccia del disco, fino ad esplodere nei rumori da vita quotidiana, l’urlo, il tema ipnotico di lunghe chitarre e batteria soave. È Speak to me a prenderti e farti scivolare invitante nel cantato a due voci di Breathe in the air, poi nell’incalzante corsa di On the Run. Il cuore, prima calmo sulla suite iniziale, accelera. Gli effetti degli elicotteri e il suono nervoso delle tastiere accompagnano inquietanti fino all’apparente tranquillità di Time, che nasconde nell’accogliente progressione le parole più forti che a diciott’anni potresti immaginare “waiting for someone or something to show you the way”. Time, primo cantato del disco, preludio perfetto all’orgasmo vocale più bello della storia, quella The great gig in the sky che stronca ogni velleità cantatoria femminile,  o quantomeno spinge a studiare sempre di più per sfiorare, almeno da lontano, quella potenza espressiva. Quattro minuti e quarantasette secondi di cascate verticali di note che squarciano tutte le frattaglie nobili, fino al tintinnio di un registratore di cassa: i sette quarti di Money, il suo giro martellante, la voce ironica, critica e sfacciata di Gilmour, quel sassofono sensuale e spiazzante prima dello splendore dei due assoli di chitarra, il cambio di tempo.

L’organo e il tappeto armonico di Us and them, il brano più lungo del disco col suo etereo cantato della strofa in contrasto coi cori gospel ad un volume esplosivo, fino allo strumentale di contrappunti tra chitarre e tastiere e batteria di Any colour you like, dove nella registrazione, se la ascolti a volume alto, si sente la voce di Gilmour che doppia i suoni della chitarra.

Quando comincia Brain damage si sente di essere quasi alla fine, c’è l’urgenza di chiudere i discorsi fatti finora, i concepts esposti. Tornano i grandi cori gospel, le voci femminili lanciate in alto come stelle vicino alla luna, I’ll see you on the dark side of the moon.. e l’organo vibrante, la batteria, la voce di Waters che sembra rassegnata in Eclipse, il monologo finale, sovrastato dai doppi vocalizzi in risposta. È lieve la chiusura sulla parola moon, ricomincia il battito del cuore, io ho ancora diciotto anni e non sto più facendo l’area di progetto per la scuola, ma taglio pezzi di canzoni per rispondere ai soliti dubbi.

 

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8 commenti

  1. l’avrò ascoltato 1000 volte..ma non avevo mai pensato alla storia del battito cardiaco… wow :)

  2. Time è tra le loro cinque “canzoni” più belle. Money è una delle cose più geniali del rock…
    Il disco in sé è una delle cose più alte della moderna umanità. Non hai scelto male, diciamo.

  3. Sebbene Dark Side non sia il mio disco preferito dei Pink Floyd, direi che la coincidenza è alquanto figa.

  4. Beh, penso che a livello di album non si possa fare di meglio. Bello leggere cose che penso anche io. Quanto mi piace metterlo a volume altissimo con le finestre aperte e dargli l’aria del giardino di fronte.

  5. Pensa, proprio di recente ho comprato l’edizione in vinile. Dentro c’erano il poster e gli adesivi originali. Io ho fatto finta che non fosse una semplice ristampa ma proprio quello che era uscito nel 73. Mi sono messo lì ad ascoltarlo, ho chiuso gli occhi e ho goduto. Che io nel 73 avevo già ventanni, lo sapevi? :D

  6. Quegli adesivi sono fantastici..e il poster con tutte le piramidi di sicuro lo incornicerò nella mia prima casa!

  7. Emiliano

    Non fu il mio primo disco dei Floyd; lo scettro spetta a Wish you were here.
    Ma di sicuro è quello che ha fatto logorare tutti i supporti su cui l’ho inserito. Oltre alle mie dita sulla chitarra ovvimente.
    Il mio verso preferito?
    Questo:
    “Hanging on in quiet desperation is the english way
    The time is gone, the song is over, thought Id something more to say”….

  8. Gran bel disco…

    Uno che lo ascolta per la prima volta potrebbe pensare tranquillamente che è uscito quest’anno!
    Intramontabile