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Cronovita in quattro dischi – parte quarta

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2009 Lou Reed – Transformer (1972): non si finisce mai di imparare

Una macchina, un’autostrada, un cielo afoso di aprile.

Un divano, un tavolo, la luce fredda di marzo.

Un sabato mattina di febbraio Nannucci, tempio ormai demolito degli appassionati musicali, era ancora aperto e offriva scaffali pieni di gioielli.

Ho sempre conosciuto di striscio Lou Reed. Sempre quelle quattro canzoni famose, sempre per i suoi trascorsi tossici nei Velvet Underground, sempre in colonne sonore di film. Il concerto di due anni fa me lo fece apprezzare come performer dal vivo; ma mi mancavano le basi di ascolto, e io odio presenziare a concerti di gruppi senza aver memorizzato le canzoni. E’ una questione di correttezza. Così, in ritardo di due anni sul live, ho comprato Transformer, curiosando nella tracklist che contempla le sue canzoni più conosciute, foss’anche solo di nome.

La sua voce sporca e sguaiata e l’accento newyorkese masticato e menefreghista sono la chiave di volta di tutto il disco. Certo, di cover se ne possono fare a milioni, ma Walk on the wild side non la canti se non hai vissuto almeno il dieci per cento di quello che rappresenta. Certe canzoni richiedono il pedaggio dell’esperienza per essere cantate. Hai mai sostenuto una New York telephone conversation (I am calling, yes I’m calling just to speak to you / For I know this night will kill me, if I can’t be with you)? E Perfect day, per esempio, sembra apparentemente facile da rifare; tutti abbiamo la nostra concezione di giorno perfetto, ma hai mai bevuto la sangria in un parco? Ecco, pensaci. E non dirmi che la colleghi a Trainspotting e a quel figo di Mark Renton che ti sputo.

Marzo ha ascoltato Transformer nelle pieghe dolci del cielo azzurro, facendosi guidare da Vicious (oh, quella chitarra, you hit me with a flower), Andy’s chest, Hangin’ round (non vorrei mai sentirmi dire You’re still doing things that I gave up years ago).

Aprile su quell’autostrada, trasmissione in una radio, un programma incentrato su Trasformer. Canticchiavamo sommessi, poi smettemmo. Rimasi in ascolto, nell’abitacolo dilatato di sole e silenzio, immobile, concedendomi solo timide occhiate al guidatore. Di più non potevo e non volevo fare.

A volte mi capita di trovare il pezzo che racchiude in sé il momento esatto che sto vivendo. Mi successe a quel concerto di due anni fa con Satellite of love. Ha un testo stupido, in fondo sono quattro parole che si rincorrono; ma la progressione, la voce, i colpi d’arco dei violini, la potenza del coro gospel che lo sosteneva in quell’esibizione (nell’originale le backing vocals sono di  quel sant’uomo di David Bowie, anche produttore assieme a Mick Ronson) ritmarono il mio cuore nella serata calda di luglio.

Satellite of love si ripresenta, oggi, nello stereo di casa, a volume sommesso per non disturbare lo studio delle mie coinquiline. La ascolto in silenzio, come ad aprile, mi lascio assorbire, orbito lenta attorno al mio satellite. Chissà se un giorno sarà amore davvero.

 

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3 commenti

  1. du-duru-dururururudu-dudu-durududu-du-dudu. Walk on the wild side.
    Per non lasciare un commento scontato

  2. ah mi stupisci. Pensavo che avresti parlato di un disco di britpop. Ecco, sì, avrei detto che questo venerd’ avresti recensito i Blur.

  3. Daniele: i say “hey babe, take a walk on the wild side”. :)
    Alli: come mai? cosa ti ispirava questa possibilità?