Parteciperanno 257 In attesa di risposta 182

Tommaso rigirava tra le mani lo stampato del tour book per il gruppo che stava arrivando al suo locale. Non si capacitava di come nel catering fosse stato inserito, oltre alle canoniche due casse di urbock, anche del bicarbonato per i pediluvi: “Cazzo”, pensava “da quando ‘sti stronzi sono andati su mtv non ci stanno più dentro con la testa. E dire che fino a un anno fa facevano tutti i roadie ai festival, a parte la tastierista che…” e interruppe pudico la frase. Era invelenito al punto da fingere una lieve indisposizione al loro arrivo, lasciarli in balìa del fonico per ripresentarsi un paio d’ore dopo a fare il piacione, chiacchierare degli articoli su rolling stone, ottenere un garbato declino alla profferta di un po’ d’erba prima di suonare. “Che pizza volete?” si limitò a dire con studiato passo e disco in reverse.
Il tempo di un cenno alla lugubre addetta al tesseramento – una fuoricorso con tre centimetri di cerone scuro sul muso e le palpebre carbone – e le porte si spalancavano davanti alla marea di brufolosi dell’ultim’ora, ignari dei precedenti sviluppi della carriera della band ma conoscitori in loop dell’unico hit reso celebre dagli stacchetti tv: da dietro il bancone Tommaso scorse alcuni giovani avventori abituali come Andrea, tuttora recordman regionale dei tatranky abbrancati al volo, e la minigonna di Sara, che non trafigge più di spille il suo corpetto da quando le hanno spifferato che magari è out, unhip, insomma ridondante.
Ma il resto era gente spaesata, inedita per un club: le prime file erano già cosparse di semiobese col reggiseno già pronto al lancio, i presenzialisti delle olive nello spriz sostavano tra il banco e il mixer, forse non ne avevano mai visto uno vero, o almeno così grande, mentre i cerberi che timbravano le mani avevano più daffare del solito a smistare il traffico, complice l’impellenza di una sigaretta ogni mezz’ora che colpiva con scientifico contagio almeno tre quarti degli astanti.
Il live scivolò ordinario senza sussulti che non fossero le corde rotte e sostituite, qualche sbadiglio fra i pochi addetti ai lavori impegnati più a ciarlarsi alle spalle che ad annotare le ovvietà che avrebbero segnalato l’indomani.
Tommaso ricontava l’incasso per sperare di non ricorrere alle riserve nel saldare il manager e la siae, il cui grigio ed occhiuto burocrate aleggiava come un corvo sulla sua spalla: phew, per poco ma quegli euro di carta ripassata a mano per il continente sarebbero stati sufficienti.
Mentre un anonimo digei lasciava partire il solco ormai rigato dall’ennesimo passaggio per never be alone, lo stanco gestore si sentì chiamare da un amico di vecchia data, occasionalmente speaker alla radio di zona, che lo invitava ad accostarsi ai due cessi adiacenti: al pavimento di quello più esterno si potevano scorgere le ginocchia di una tipa in minigonna piegate davanti ad un paio di sneakers… “C’è molto più rock in quel metro quadro che sopra il palco” risero assieme, quasi centenari nella somma delle età.


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3 commenti »

  1. Never be alone è un gran pezzo! (E non l’avevo mai sentito prima di leggere questo pezzo. grazie!)

  2. Questo pezzo suona.
    Mi piace.

  3. complimenti. sembra la descrizione arguta di una serata che ho vissuto qualche giorno fa. sarà per il tatranky!:)

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