Avevo preso il vizio di pensare, inventare, creare, costruire, essere utile. Le istituzioni locali facevano carte false per incollare il loro logo sui manifesti pubblicitari del mio Sottano. Potevo definirmi un Priso arricchito, dotato di normalità pubblicamente patrocinata. Me la potevo godere alla stragrande. Avevo fondato un mondo.

“Dove chi entra urla” era quotata in borsa. L’avevo spremuta a dovere lavorando sulle sue varianti. Oltre al sottano dove entrare e urlare avevo fondato la scuola di urlatori creativi, un reality show, una catena di sottani in tutto il mondo dotati di una collezione di totem, dislocati nei punti turistici della città, da cui sentire le urla wi-fi dei clienti.

C’era solo un fattore che accomuna il Priso pre-successo al Priso post-successo. Non avevo mai smesso di pensare a Bartolo Scaramuzzi dall’ultima lezione di guida.

Non lo vedevo da dieci anni. Lo incontrai una mattina, sul molo, a pochi metri dal mio totem preferito che mandava in onda l’urlo scheletrico della moglie del sindaco allergica alle cozze e per anni perseguitata da un prurito perbenista. La moglie del primo cittadino di una città che fa delle cozze il suo simbolo in tutto il mondo non aveva mai potuto sfogare il suo blasfemo prurito imprigionato dentro una collezione di scatole cinesi d’antan.

Bartolo era sempre lo stesso: il neo ciclopico sul naso, gli sparuti capelli sulla testa ad uncino, gli occhi caleidoscopici, le labbra all’ingiù in attesa delle parole giuste e il suo prurito, ben visibile, come un vello d’oro.

Ci fissammo negli occhi un bel po’.

Poi scoppiò in una risata tipo il sibilo di un serpente che centrifuga in lavatrice.

– La curva dell’extramurale sta ancora là che ti aspetta.

– ……….

– Fai come vuoi.

– Ognuno hai il suo prurito, no?

– Già.

– Tu non mi hai mai detto il tuo.

Anche questa volta Bartolo non mi rispose. Si girò verso il mare che uno squadrone di nuvole aveva giusto giusto in quel momento imbrunito.

Lo osservai salire sulla barca celeste con due bande laterali gialle. La barca zoppicava sulle piccole onde  verso il largo, dove confondi la città e le persone con i pali della luce.

Bartolo, tronfio sulla prua, continuava a grattarsi selvaggiamente. Più si allontanava dalla riva, minore era la consistenza del prurito, come una famigliare mestizia a cui non fai più caso.

Osservavo la sua miniatura, compressa tra il cielo e il mare, con quel prurito che lo deformava, rendendolo inviolabile.

– Al mare. Non dirlo a nessuno, Priso. Non dirlo soprattutto a te stesso quando ripenserai a me, un giorno. Quando respiro l’aria di mare, respiro la morte. Se lo dico in giro, mi accuseranno che non sono normale, che non sono normali i miei figli e i miei nipoti. Rovino la vita a tutta la mia famiglia, se lo dico. Priso, hai presente la curva dell’extramurale che ti faceva venire il prurito quando facevi lezione di guida? Meh, per me quella curva è il mare. Ho il terrore del mare, mi fa allergia. Qua se non vai al mare, e se non hai la patente, ti considerano a-normale che poi  significa che ti considerano diverso da quelli che sono gli abitanti della città. E fa male Priso, fa male. È una lancia di legno che ti infilano dritta dritta su per il culo. Pure da morto me lo porterò questo prurito.

Mi disse Bartolo, prima di raggiungere il largo e allontanarsi per sempre dal molo, da me, da questa città, dal suo prurito.

cp