Fa caldo qua dentro, talmente caldo che l’ossigeno se potesse si fonderebbe, così caldo che non riesco nemmeno più a sentire chi o cosa sta suonando la band che è sul palco. Mi aggrappo alla manica del ragazzo che è con me, “acqua” gli chiedo, lui dice “aspetta” e ferma il bagarino delle bibite, 5 euro la bottiglietta, prego che la compri lo stesso. Il tempo che intercorre tra la consegna dei soldi e la consegna dell’acqua mi sembra lunghissimo. Fa sempre più caldo. Cerco di distrarmi, giro gli occhi verso le persone intorno a me, sembrano non averne.

Capelli biondi lunghi. Quel taglio di occhi. La folla si richiude, è un attimo.

Il mio salvatore mi porge la bottiglietta d’acqua. “Grazie, a momenti svengo”, ma il rumore della canzone e di tutti quelli che la stanno cantando copre le mie parole e mentre lui mi chiede “eh? Cosa hai detto” io sono già impegnata a scolarmi tutto il contenuto della bottiglietta. Mezzo litro di salvezza. Mentre riprendo fiato, cerco di farmi largo con gli occhi nella direzione in cui prima ho intravisto quei capelli biondi. Sembra che ai concerti ci si dimentichi il concetto dello spazio. Si sta tutti pigiati come se si fosse creati per stare vicini vicini, anche una misantropa come me cerca di accontentarsi di quel poco. Mi sporgo, mi spingo, mi allungo, ma rimango sempre della mia altezza purtroppo.

Eccoli. Li ho visti. Quei capelli biondi. Quegli occhi. È lei, ne son sicura.

“Bellissimo questo pezzoooooo”, mi urla nell’orecchio il mio vicino. Il tempo di voltarmi verso di lui ad abbozzare un sorriso e lei è di nuovo scomparsa. Magari non è lei. Una mia carissima amica di qualche tempo fa, una che era una mia carissima amica, una che mmm, uff, me lo ricordo il giorno che abbiamo litigato. Mi disse che. Forse avrei dovuto dire qualcos’altro invece che. È andata così.

Mentre continuo ad agitarmi per agguantare quel poco d’aria e di visuale che mi spetta, la band sta facendo finta di aver finito di suonare. Mi piace sempre questo momento. Fare i preziosi fa sempre bene, dopo tutto. Ecco che escono per l’ultima hit.

“Manuelaaaaa”, urlo nella direzione che sto continuando a fissare, come se sul palco non ci fosse nessuno. La chioma bionda riappare, si gira verso di me, non è lei. È impossibile. Era lei son sicura. Ci rimango male.

Quando anche l’ultimo applauso si è esaurito e l’ultima luce si è accesa, la folla del concerto torna a essere brutta, sudata, sporca, non più quell’incanto poetico del siamo una cosa sola con le note di questa canzone. Io poi, devo avere la faccia stravolta dal miraggio.

“Che hai”, mi chiede il mio accompagnatore. “Sei dispiaciuta che sia già finito?”

“Noo, è che… mi sembrava di aver visto una persona”

“Ah, e chi?”

Mentre ci avviamo l’uno con le mani nelle tasche dell’altro, rivedo la ragazza con i capelli biondi, le luci accese mi mostrano tutte le differenze.

“Ti ricordi quella mia amica…?”

“Ah, mi sembra di sì. Perché me lo chiedi?”

“Mi è venuta voglia di scriverle, di sapere come sta”, gli rispondo mentre mi stringo un po’ di più a lui.