(ovvero Amputazione senza anestesia)
Nonostante una preparazione accurata, arrivo all’appuntamento con il GB con soli venti minuti di ritardo. Lui è nel parcheggio, in piedi accanto alla sua macchina. Quando lo vedo il mio cuore ha un balzo, come sempre. Per dissimulare parcheggio frettolosamente, scendo dalla mia auto e gli do un rapido bacio sulla guancia. Lui però mi trattiene e cerca le mie labbra; lo lascio fare, per non insospettirlo.
Entriamo in un locale, lui si scola due Mojito ragguagliandomi sulle sue ultime imprese lavorative e sul rinnovo dell’abbonamento allo stadio, poi, con la solita eleganza, mi fa:
“Andiamo da me?”.
< continua >PROLOGO
Le parole sono le prime a stabilire che tutto ciò che non è netto, è immondo. Immondo avrebbe ragione di significare che sta nel mondo, che gli appartiene, che è proprio nel cuore del mondo. Lì, al centro, a pulsare. E invece, le parole decidono che immondo con il mondo non ha niente a che fare. Il mondo è netto, tondo, pieno, sano. Ciò che immondo non lo è, è accartocciato, sbucciato, pressato, lamellato, spremuto, scartato, buttato. Ma se le parole ragionassero, su sé stesse e sulle cose del mondo, anziché incastrarsi istintivamente tra di loro e farsi parlare senza cognizione di causa, se ragionassero su in- im- ri- dis- anti- e de-, allora immondo è, e mondo (semmai) è stato.
Ore nove e dodici, antimeridiane. Silenzio.
Nell’armadio sembra essere scoppiata una bomba a mano. Un po’ come nella mia testa. Per questo sono tornato a casa, dopo mesi a macinare chilometri e camerini e mal di schiena, qui a quattro passi dal mare. Non per l’armadio ma per ricucirmi i polsi, per capire cosa sono e che tempo fa, nella mia testa almeno. Che me lo chiedo praticamente ogni volta che mi guardo allo specchio, ogni volta che riesco ad andare oltre alla mia faccia spigolosa e sfocata da fototessera sbiadita. Ogni volta che ascolto un disco, che mi cerco nel disordine delle scrivanie tutte uguali degli alberghi senza stelle, tra scontrini di pasticcerie moleskine distrutte libri segnati pieni di annotazioni e frasi sottolineate in viola. In tutti i fogli che ho riempito di cose inutili, di disegni sbilenchi. Nelle nostre foto appiccicate al muro. Per sintetizzare tutte le sensazioni le cose le persone che ho raccolto e che non ho avuto il tempo di catalogare.
Via delle scienze
Come buona parte dei reduci dell’Erasmus, Antonio era tornato dalla Spagna con il cuore spezzato e il fegato spappolato. Sonia era dietro al bancone della cervezeria “Da Juanito”, luogo di ritrovo e di perdizione per gli universitari in trasferta in quel di Malaga. Conquistarla era stato un lavoro di fino, un gioco di strategie e pianificazioni che diventava sempre meno romantico mentre Antonio cercava di capire come arrivare al cuore di quella giovane donna, bellissima, corteggiatissima, morissima.